SACRO PANE


Mario Ciaramella

a cura di Carla Travierso


“L’uomo è ciò che fa con ciò che ha.”

(André Malraux)


Nel lavoro di Mario Ciaramella la figura non nasce da un’immagine ma, direttamente, dalla materia. Le sue sculture sembrano affiorare da un tempo che non coincide con la cronologia, ma con ciò che si costruisce nei gesti che si ripetono, nella fatica, nella persistenza.


È in questa dimensione che si colloca la serie dei dodici apostoli, intesi non come soggetti iconografici ma come figure attraversate da una condizione esistenziale condivisa. In essi si riconosce una prossimità profonda con il mondo contadino, non un riferimento analogico superficiale ma una vera e propria sovrapposizione di senso. Come i contadini, anche gli apostoli sono figure della perseveranza, dell’ostinazione, di una fedeltà che si misura nel tempo e nella fatica più che nell’adesione a un principio astratto.


È una condizione che richiama quella che anticamente si definiva agricoltura eroica, una pratica dura, esposta, fatta di continuità e contraddizioni, in cui il lavoro non garantisce nulla ma obbliga a restare. Un lavoro che comporta perdita, errore e ritorno. In questo senso la somiglianza tra apostoli e contadini non è simbolica ma esistenziale.


Questa analogia cambia il senso delle figure. L’apostolo perde la sua distanza simbolica e si avvicina a una dimensione feriale, concreta. Non è più il portatore di una verità compiuta ma una figura esposta, che attraversa errore e dubbio, caduta e ritorno. Il sacro non si presenta come trascendenza separata ma passa dentro il lavoro, dentro il corpo, dentro il tempo, sta dentro ciò che si ripete anche quando non produce risultati visibili.


È la materia a tenere insieme tutto questo. La terracotta patinata, con la sua qualità opaca e compatta, trattiene una memoria quasi geologica, restituendo alle figure una presenza insieme antica e attuale. Non è un rimando al passato ma una forma di esperienza incorporata, come se queste opere portassero con sé qualcosa che è già stato vissuto. La superficie delle sculture porta i segni di questo passaggio, registra, assorbe, restituisce.


Il pane entra nello stesso ordine, non come semplice richiamo alla tradizione cristiana ma come esito di un processo, come risultato di una trasformazione che implica lavoro, attesa, cura. Il pane è ciò che tiene insieme il gesto individuale e la comunità, ciò che rende visibile una forma di comunità fondata sulla necessità prima ancora che sulla scelta. È qualcosa che si fa, che si divide, che si condivide. E proprio per questo resta.


La figura del seme condensa ulteriormente questa tensione. Non si offre come forma conclusa ma come possibilità trattenuta, come energia latente. In essa si inscrive il tempo del raccolto ma anche quello dell’incertezza, della perdita, della trasformazione invisibile. Il seme non garantisce, non promette, espone a una relazione con il tempo che richiede continuità, dedizione, capacità di attraversare l’attesa senza garanzie.


Il lavoro di Ciaramella non è né nostalgico né simbolico in senso riduttivo. Le figure che mette in scena non appartengono a un passato da recuperare ma a una condizione che continua a interrogare il presente. In un momento in cui le forme tradizionali del lavoro e della vita comunitaria tendono a dissolversi, queste sculture riportano al centro una qualità dell’esistenza fatta di resistenza, relazione e permanenza.


Sacro Pane apre così una domanda essenziale. Cosa resta quando vengono meno i legami, i gesti condivisi, le forme elementari del vivere insieme? Non propone una risposta ma indica una possibilità. Che qualcosa continui a esistere proprio lì dove si insiste, dove si ritorna.

SACRO PANE


Mario Ciaramella

a cura di Carla Travierso


“L’uomo è ciò che fa con ciò che ha.”

(André Malraux)


Nel lavoro di Mario Ciaramella la figura non nasce da un’immagine ma, direttamente, dalla materia. Le sue sculture sembrano affiorare da un tempo che non coincide con la cronologia, ma con ciò che si costruisce nei gesti che si ripetono, nella fatica, nella persistenza.


È in questa dimensione che si colloca la serie dei dodici apostoli, intesi non come soggetti iconografici ma come figure attraversate da una condizione esistenziale condivisa. In essi si riconosce una prossimità profonda con il mondo contadino, non un riferimento analogico superficiale ma una vera e propria sovrapposizione di senso. Come i contadini, anche gli apostoli sono figure della perseveranza, dell’ostinazione, di una fedeltà che si misura nel tempo e nella fatica più che nell’adesione a un principio astratto.


È una condizione che richiama quella che anticamente si definiva agricoltura eroica, una pratica dura, esposta, fatta di continuità e contraddizioni, in cui il lavoro non garantisce nulla ma obbliga a restare. Un lavoro che comporta perdita, errore e ritorno. In questo senso la somiglianza tra apostoli e contadini non è simbolica ma esistenziale.


Questa analogia cambia il senso delle figure. L’apostolo perde la sua distanza simbolica e si avvicina a una dimensione feriale, concreta. Non è più il portatore di una verità compiuta ma una figura esposta, che attraversa errore e dubbio, caduta e ritorno. Il sacro non si presenta come trascendenza separata ma passa dentro il lavoro, dentro il corpo, dentro il tempo, sta dentro ciò che si ripete anche quando non produce risultati visibili.


È la materia a tenere insieme tutto questo. La terracotta patinata, con la sua qualità opaca e compatta, trattiene una memoria quasi geologica, restituendo alle figure una presenza insieme antica e attuale. Non è un rimando al passato ma una forma di esperienza incorporata, come se queste opere portassero con sé qualcosa che è già stato vissuto. La superficie delle sculture porta i segni di questo passaggio, registra, assorbe, restituisce.


Il pane entra nello stesso ordine, non come semplice richiamo alla tradizione cristiana ma come esito di un processo, come risultato di una trasformazione che implica lavoro, attesa, cura. Il pane è ciò che tiene insieme il gesto individuale e la comunità, ciò che rende visibile una forma di comunità fondata sulla necessità prima ancora che sulla scelta. È qualcosa che si fa, che si divide, che si condivide. E proprio per questo resta.


La figura del seme condensa ulteriormente questa tensione. Non si offre come forma conclusa ma come possibilità trattenuta, come energia latente. In essa si inscrive il tempo del raccolto ma anche quello dell’incertezza, della perdita, della trasformazione invisibile. Il seme non garantisce, non promette, espone a una relazione con il tempo che richiede continuità, dedizione, capacità di attraversare l’attesa senza garanzie.


Il lavoro di Ciaramella non è né nostalgico né simbolico in senso riduttivo. Le figure che mette in scena non appartengono a un passato da recuperare ma a una condizione che continua a interrogare il presente. In un momento in cui le forme tradizionali del lavoro e della vita comunitaria tendono a dissolversi, queste sculture riportano al centro una qualità dell’esistenza fatta di resistenza, relazione e permanenza.


Sacro Pane apre così una domanda essenziale. Cosa resta quando vengono meno i legami, i gesti condivisi, le forme elementari del vivere insieme? Non propone una risposta ma indica una possibilità. Che qualcosa continui a esistere proprio lì dove si insiste, dove si ritorna.